a cura di Gianfranco Ellero
Venerdì 30 gennaio 2026 ore 20,30 Centro della Comunità Franco Sgarban Via San Bartolomeo, 24 – Ara di Tricesimo
La gente: Viers Pordenon e il mont.
Il Poeta sa di essere Pasolini all’anagrafe, ma lui si sente Colussi, come la madre. E dopo aver mappato il territorio della sua “patria” fra infanzia e adolescenza (aveva 14 anni quando nel 1936 visita Valvasone, come sappiamo dalla seconda lettura), vuol conoscere dapprima la sua gente in linea materna, e poi il gruppo umano di Casarsa del quale la sua gente fa parte, rimanendo “imparentata” con il paese per religione, lingua, economia e paesaggio.
Scopre così che i membri della sua gente, i Colussi, come gli altri del paese, praticano da molto tempo l’emigrazione, causata talvolta dalla guerra.
All’emigrazione dedica quindi due testi fondamentali nel quadro della sua poetica in lingua friulana: “Il soldat di Napoleon” e “Viers Pordenon e il mont”, oggetto di studio nella lettura del 30 gennaio.
Incominciamo dalla prima composizione, dal sapore di “ballata”. Se digitate su Internet “Il soldat di Napoleon”, scoprite che il testo della traduzione italiana fu musicato e cantato da Sergio Endrigo nel 1962 per il suo album contro la guerra. Se poi chiedete a Internet di fornirvi il testo in friulano, ovvero l’originale, scoprite che non è possibile riprodurlo perché coperto da copyright.
Io, seguendo un lungo e tortuoso “sentiero” sono ugualmente riuscito a trovare un testo friulano, riprodotto nell’album “Cjantant Endrigo” del 2004, e così ho scoperto che qualche “autorità linguistica” operante nella nostra regione (che ben conosco), anziché riprodurre il testo originale in casarsese, lo ha trascritto in friulano standard. Ha quindi modificato il testo di Pasolini in quattro modi: 1. eliminando degli spazi fra gli emistichi (classico esempio di emistichio: Nel mezzo del cammin di nostra vita); 2. scomponendo in strofe un testo che non le contempla; 3. eliminando le virgolette del dialogato; 4. adoperando una nuova grafia (Cjasarsa per Ciasarsa, Cjamin per Ciamin, soldât per soldàt, mjeç per miès, cjaval per ciaval, eccetera), e questi sono delitti culturali!
Poco male, dirà qualcuno: si capisce ugualmente. D’accordo, non occorre un interprete. Ma siccome le lettere di un alfabeto, da sole o in gruppi, comunicano suoni, le modifiche ci impediscono di risalire alla vera pronuncia di Visèns Colùs, cioè ai suoni esatti voluti dal Poeta, che diceva e scriveva Ciasarsa, Ciamin, soldàt, ciaval, miès, eccetera.
La trascrizione, che crea confusione fra i parlanti, è quindi dannosa, oltre che non necessaria, per non parlare della mancanza di rispetto per un grande poeta. Si tratta in conclusione di una “traduzione” traditrice, anche perché diffusa su Internet, e chi si nutre del digitale, rimarrà convinto che il testo originale è quello modificato! È questo il classico esempio di come si possa rovinare una bella iniziativa (diffondere il friulani attraverso il canto) per questioni ideologiche o per ragioni di principio.
Più massiccia e di lunga durata l’emigrazione dei lavoratori, che toccò il picco nei quindici anni successivi alla Seconda guerra mondiale, quando la provincia di Udine perse 28.000 persone.
Il Poeta la ricostruisce in un’indimenticabile sintesi che sembra la trascrizione in versi di una sceneggiatura cinematografica. L’aspetto straordinario di questa poesia è rappresentato dalla ricostruzione dell’ambiente che gli emigranti hanno abbandonato, non da quello che hanno trovato lontano da casa, andando “viers Pordenon e il mont”.
Gianfranco Ellero
Posted: Gennaio 31, 2026 by Maurizio Artico
Letture di Pasolini Nell’LXXX dell’Academiuta di lenga furlana
a cura di Gianfranco Ellero
Venerdì 30 gennaio 2026 ore 20,30 Centro della Comunità Franco Sgarban Via San Bartolomeo, 24 – Ara di Tricesimo
La gente: Viers Pordenon e il mont.
Il Poeta sa di essere Pasolini all’anagrafe, ma lui si sente Colussi, come la madre. E dopo aver mappato il territorio della sua “patria” fra infanzia e adolescenza (aveva 14 anni quando nel 1936 visita Valvasone, come sappiamo dalla seconda lettura), vuol conoscere dapprima la sua gente in linea materna, e poi il gruppo umano di Casarsa del quale la sua gente fa parte, rimanendo “imparentata” con il paese per religione, lingua, economia e paesaggio.
Scopre così che i membri della sua gente, i Colussi, come gli altri del paese, praticano da molto tempo l’emigrazione, causata talvolta dalla guerra.
All’emigrazione dedica quindi due testi fondamentali nel quadro della sua poetica in lingua friulana: “Il soldat di Napoleon” e “Viers Pordenon e il mont”, oggetto di studio nella lettura del 30 gennaio.
Incominciamo dalla prima composizione, dal sapore di “ballata”. Se digitate su Internet “Il soldat di Napoleon”, scoprite che il testo della traduzione italiana fu musicato e cantato da Sergio Endrigo nel 1962 per il suo album contro la guerra. Se poi chiedete a Internet di fornirvi il testo in friulano, ovvero l’originale, scoprite che non è possibile riprodurlo perché coperto da copyright.
Io, seguendo un lungo e tortuoso “sentiero” sono ugualmente riuscito a trovare un testo friulano, riprodotto nell’album “Cjantant Endrigo” del 2004, e così ho scoperto che qualche “autorità linguistica” operante nella nostra regione (che ben conosco), anziché riprodurre il testo originale in casarsese, lo ha trascritto in friulano standard. Ha quindi modificato il testo di Pasolini in quattro modi: 1. eliminando degli spazi fra gli emistichi (classico esempio di emistichio: Nel mezzo del cammin di nostra vita); 2. scomponendo in strofe un testo che non le contempla; 3. eliminando le virgolette del dialogato; 4. adoperando una nuova grafia (Cjasarsa per Ciasarsa, Cjamin per Ciamin, soldât per soldàt, mjeç per miès, cjaval per ciaval, eccetera), e questi sono delitti culturali!
Poco male, dirà qualcuno: si capisce ugualmente. D’accordo, non occorre un interprete. Ma siccome le lettere di un alfabeto, da sole o in gruppi, comunicano suoni, le modifiche ci impediscono di risalire alla vera pronuncia di Visèns Colùs, cioè ai suoni esatti voluti dal Poeta, che diceva e scriveva Ciasarsa, Ciamin, soldàt, ciaval, miès, eccetera.
La trascrizione, che crea confusione fra i parlanti, è quindi dannosa, oltre che non necessaria, per non parlare della mancanza di rispetto per un grande poeta. Si tratta in conclusione di una “traduzione” traditrice, anche perché diffusa su Internet, e chi si nutre del digitale, rimarrà convinto che il testo originale è quello modificato! È questo il classico esempio di come si possa rovinare una bella iniziativa (diffondere il friulani attraverso il canto) per questioni ideologiche o per ragioni di principio.
Più massiccia e di lunga durata l’emigrazione dei lavoratori, che toccò il picco nei quindici anni successivi alla Seconda guerra mondiale, quando la provincia di Udine perse 28.000 persone.
Il Poeta la ricostruisce in un’indimenticabile sintesi che sembra la trascrizione in versi di una sceneggiatura cinematografica. L’aspetto straordinario di questa poesia è rappresentato dalla ricostruzione dell’ambiente che gli emigranti hanno abbandonato, non da quello che hanno trovato lontano da casa, andando “viers Pordenon e il mont”.
Gianfranco Ellero
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